Alpinismo bergamasco in lutto, ci ha lasciati Roby Piantoni

roby0.jpgIn questi giorni l’alpinismo bergamasco è nuovamente in lutto: a lasciarci è stato Roby Piantoni, morto mentre in Tibet cercava di scalare la 14esima montagna più alta del mondo, lo Shisha Pangma.
Ma non è solo l’alpinismo bergamasco a piangere il giovane scalatore orobico: tutti gli appassionati di montagna conoscevano il nome di Roby Piantoni per le sue tante imprese compiute, pur se ancora giovane (32 anni).

Pochi anni fa aveva scalato l’Everest senza aiutarsi con le bombole d’ossigeno, tanto per citare la sua impresa forse più famosa, ma più in generale Piantoni era conosciuto dai tanti amanti delle montagne bergamasche, dalle tante persone che seguivano le sue imprese con grande passione ed interesse, la stessa passione che lo aveva spinto a dedicare la sua vita alla montagna, il suo grande amore.

Montagna che gli aveva portato via il padre quando lui era ancora bambino, e che ora si è preso pure lui.
Chissà, forse adesso padre e figlio se ne stanno seduti in paradiso a raccontarsi a vicenda le loro imprese, dandosi affettuose pacche sulle spalle, fieri l’uno dell’altro ed uniti da quel grande amore che è la montagna.

Ogni volta che leggo di un’alpinista che muore durante una scalata avverto un brivido, un brivido dovuto al fatto che penso che si è lasciata questa vita mentre si compiva la cosa che più si amava.
Chi ama la montagna conosce benissimo i rischi che questa porta con sè: la montagna è come un’amante bellissima che sotto le proprie vesti nasconde un’arma affilata, pronta a colpire alla primissima distrazione, alla prima falla.

Chi va in montagna ha soprattutto grande rispetto per essa.
Sa che ogni passo nasconde un’insidia, che superficialità ed approssimazione sono cose che non ci si può concedere mentre si scala.
Occorre sempre grande attenzione, grande cura dei particolari, ed una grande, immensa passione.

Leggendo delle imprese di Roby Piantoni ho avvertito tutto questo: passione, amore, rispetto, attenzione, che purtroppo non sono bastate perchè una tragica fatalità era lì ad aspettarlo.
Una corda che ha retto il passaggio dei suoi 2 compagni di scalata ma non lui. Forse la corda era consumata dal tempo, dalle intemperie.
Chissà, forse era soltanto il suo destino che doveva compiersi nell’atto che Roby Piantoni amava di più: la scalata.

Non voglio sembrare irrispettoso, sono certo che tutti gli alpinisti amino la propria vita, ma credo che morire durante la scalata sia in un certo senso la sublimazione di un legame inscindibile con un’entità che è diventata parte stessa dell’anima dell’alpinista.roby1.jpeg

Roby Piantoni, così come suo padre, è stato chiamato a realizzare questa sublimazione ed ora è legato per sempre alle sue montagne.

In queste ore il suo corpo è stato recuperato e verrà successivamente rimpatriato per essere portato a riposare nel suo paese natale, all’ombra delle montagne orobiche.

Ecco, le montagne, vedete?
Si torna sempre da loro, alla fine…

 

(foto presa da http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Lombardia/Muore-in-Tibet-lalpinista-Roby-Piantoni-stava-scalando-lo-Shisha-Pangma_3879540777.html)