Serata per Mario Merelli

mario_merelli.jpgLa conclusione di ogni anno solare è sempre l’occasione propizia per tirare le somme dell’anno che sta per concludersi e valutare gli aspetti positivi e quelli negativi, per fare memoria delle cose belle e meno belle accadute nei 12 mesi appena trascorsi.

L’evento che si tiene sabato sera a Vertova è in parte tutto ciò ma anche molto, molto di più.
Sabato 29 dicembre alle ore 20, in quel di Vertova, è infatti prevista una serata in ricordo di un grandissimo personaggio, di un favoloso alpinista che quest’anno ci ha tragicamente lasciati: Mario Merelli.

Scomparso proprio sulle montagne che più amava, il Merelli ha lasciato dietro di sè ricordi e testimonianze di spessore e valore assoluto.
Chi lo ha incrociato nel percorso della propria esistenza lo ricorda come una persona animata da una grande umanità, una persona semplice innamorata della vita, dei suoi affetti più cari e della Montagna.

La serata si aprirà alle ore 20 con una cerimonia di intitolazione del nuovo centro sportivo della Scuola Media Angelo Roncalli alla sua memoria.

Alle ore 20:40, nella sala polivalente della Pia Casa della Fondazione Cardinal Gusmini di Vertova, la serata si animerà con un programma dedicato al grande alpinista.

Verranno proiettate fotografiche inedite che testimonieranno momenti importanti della vita del Merelli, un video con alcune delle sue imprese alpinistiche, verrà inoltre presentata la nuova associazione benefica intitolata a suo nome.

Una serata nella quale interverranno i tanti amici che il Merelli ha incontrato nel suo percorso umano e professionale, un momento che sarà sicuramente ricco di tanta umanità, solidarietà ed amicizia, valori universalmente riconosciuti al grande alpinista, al grande Mario Merelli.

 

 

 

(foto presa da http://sport.sky.it/static/contentimages/original/sezioni/sport/altri_sport/2012/01/18/mario_merelli.jpg)

Ancora una fantastica impresa di Simone Moro

SimoneMoro.jpgVogliamo parlare dell’impresa compiuta da un nostro conterraneo che, anche se dai principali quotidiani nazionali è stata tutto sommato relegata in secondo piano, ha veramente del sensazionale?

Mi riferisco alla conquista della vetta del Gasherbrum II compiuta da Simone Moro, il grandissimo alpinista bergamasco che, in compagnia di 2 compagni di scalata (il kazako Denis Urubko e l’americano Cory Richards), ha conquistato il suo tredicesimo ottomila scalandolo nel periodo invernale, che per il Gasherbrum II è una prima assoluta.

Una conquista compiuta in puro stile alpino ed in pieno inverno, il che significa non usufruire di bombole d’ossigeno ed incontrare temperature di 56 gradi sottozero e combattere contro vento, tempeste e slavine, come quella che stava per uccidere lui ed i suoi compagni sulla via del ritorno e dalla quale è sopravvissuto soltanto grazie alla sua freddezza ed esperienza.

La spedizione di Simone Moro era partita dall’Italia il 27 dicembre del 2010 per tentare questa impresa d’altri tempi, come si suol dire quando si vuole far notare l’epicità di una azione.

Simone Moro è un vero e proprio mito dell’alpinismo di oggi: tantissime le imprese da lui realizzate, tanti i 6000, 7000 ed 8000 conquistati, ma a me piace ricordare la Medaglia d’Oro al Valor Civile ricevuta nel 2001 quando abbandonò una scalata (tra l’altro quasi conclusa) a circa 8000 metri di quota per andare in soccorso di un alpinista inglese riuscendo, a rischio della propria vita, a salvargli la vita.

Sono queste azioni a rendere ancor più splendenti le imprese compiute in montagna da questo ragazzo laureato con 110 e lode in Scienze Motorie e padrone di ben 5 lingue.

Un grandissimo complimenti a Simone e soprattutto un grazie, perchè con le sue imprese permette a tutti noi di sognare ad occhi aperti un qualcosa che non potremo mai compiere e perchè fa amare ancor di più la montagna.

Brao Simù!

Alpinismo bergamasco in lutto, ci ha lasciati Roby Piantoni

roby0.jpgIn questi giorni l’alpinismo bergamasco è nuovamente in lutto: a lasciarci è stato Roby Piantoni, morto mentre in Tibet cercava di scalare la 14esima montagna più alta del mondo, lo Shisha Pangma.
Ma non è solo l’alpinismo bergamasco a piangere il giovane scalatore orobico: tutti gli appassionati di montagna conoscevano il nome di Roby Piantoni per le sue tante imprese compiute, pur se ancora giovane (32 anni).

Pochi anni fa aveva scalato l’Everest senza aiutarsi con le bombole d’ossigeno, tanto per citare la sua impresa forse più famosa, ma più in generale Piantoni era conosciuto dai tanti amanti delle montagne bergamasche, dalle tante persone che seguivano le sue imprese con grande passione ed interesse, la stessa passione che lo aveva spinto a dedicare la sua vita alla montagna, il suo grande amore.

Montagna che gli aveva portato via il padre quando lui era ancora bambino, e che ora si è preso pure lui.
Chissà, forse adesso padre e figlio se ne stanno seduti in paradiso a raccontarsi a vicenda le loro imprese, dandosi affettuose pacche sulle spalle, fieri l’uno dell’altro ed uniti da quel grande amore che è la montagna.

Ogni volta che leggo di un’alpinista che muore durante una scalata avverto un brivido, un brivido dovuto al fatto che penso che si è lasciata questa vita mentre si compiva la cosa che più si amava.
Chi ama la montagna conosce benissimo i rischi che questa porta con sè: la montagna è come un’amante bellissima che sotto le proprie vesti nasconde un’arma affilata, pronta a colpire alla primissima distrazione, alla prima falla.

Chi va in montagna ha soprattutto grande rispetto per essa.
Sa che ogni passo nasconde un’insidia, che superficialità ed approssimazione sono cose che non ci si può concedere mentre si scala.
Occorre sempre grande attenzione, grande cura dei particolari, ed una grande, immensa passione.

Leggendo delle imprese di Roby Piantoni ho avvertito tutto questo: passione, amore, rispetto, attenzione, che purtroppo non sono bastate perchè una tragica fatalità era lì ad aspettarlo.
Una corda che ha retto il passaggio dei suoi 2 compagni di scalata ma non lui. Forse la corda era consumata dal tempo, dalle intemperie.
Chissà, forse era soltanto il suo destino che doveva compiersi nell’atto che Roby Piantoni amava di più: la scalata.

Non voglio sembrare irrispettoso, sono certo che tutti gli alpinisti amino la propria vita, ma credo che morire durante la scalata sia in un certo senso la sublimazione di un legame inscindibile con un’entità che è diventata parte stessa dell’anima dell’alpinista.roby1.jpeg

Roby Piantoni, così come suo padre, è stato chiamato a realizzare questa sublimazione ed ora è legato per sempre alle sue montagne.

In queste ore il suo corpo è stato recuperato e verrà successivamente rimpatriato per essere portato a riposare nel suo paese natale, all’ombra delle montagne orobiche.

Ecco, le montagne, vedete?
Si torna sempre da loro, alla fine…

 

(foto presa da http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Lombardia/Muore-in-Tibet-lalpinista-Roby-Piantoni-stava-scalando-lo-Shisha-Pangma_3879540777.html)