Renato Vallanzasca a Sarnico

980291265.JPGRenato Vallanzasca lavorava a Sarnico.
Sì, quel Vallanzasca, il bel Renè famoso per gli omicidi, la galera, le evasioni, la bella vita.

Vallanzasca infatti prestava servizio presso un negozio grazie al programma di reinserimento previsto dalla legge.

Tutte le mattine lasciava il carcere di Bollate per venire nella nostra provincia, la stessa che era stata macchiata col sangue da lui versato qualche decennio fa (per l’esattezza il 6 febbraio del 1977 al casello autostradale di Dalmine dove la sua banda della Comasina uccise il poliziotto della Polizia Stradale di Bergamo Luigi D’Andrea), per svolgere qualche ora di lavoro e provare così a ricostruirsi una vita.

La notizia è rimbalzata la settimana dopo ferragosto sui media locali e nazionali provocando scalpore: ma come, viene a lavorare a Bergamo, proprio in una delle terre da lui ferite indelebilmente? E proprio a Sarnico dove vive la moglie di una delle sue vittime?

Progetto di reinserimento nel sociale o mancanza di tatto verso i parenti delle vittime? O più semplicemente ancora, mancanza di una Giustizia giusta ed equilibrata?

Emerge anche che il prefetto di Bergamo aveva scritto alle autorità competenti segnalando “…l’inopportunità e la illogicità della decisione, tenuto conto dei gravissimi fatti compiuti in questo territorio dove ci sono persone che piangono la morte dei propri cari, uccisi mentre servivano lo Stato, proprio da Vallanzasca…“. Eppure a nulla era servito.

Condannato a ben 4 ergastoli il signor Vallanzasca adesso gode di questa libertà vigilata per lavorare.
E se provasse nuovamente a fuggire? Chi ne pagherebbe le conseguenze?
E perchè non pensare di portare il lavoro in carcere invece che i carcerati al lavoro, all’esterno della prigione?
Con una condanna a 4 ergastoli, che senso ha parlare di reinserimento nella società?

Domande che sorgono spontanee, che emergono dai commenti scritti su internet e colti dalla gente della strada, al bar, in ufficio, a tavola.

Una vicenda che ha lasciato basiti, stupefatti e amareggiati, e che solo l’interruzione della collaborazione chiesta (ed ottenuta) dalla proprietaria del negozio è riuscita a spegnere.

Teppisti o tifosi esagitati?

teppisti.jpgHa indignato molte persone la notizia riportata dai quotidiani e dai TG di Bergamo riguardante la follia di sabato sera di alcuni teppisti i quali, evidentemente non avendo niente di meglio da fare, hanno danneggiato con catene e spranghe le macchine che transitavano in centro a Bergamo e colpito alcuni tifosi interisti che festeggiavano la vittoria della Champions League da parte della loro squadra.

Si è trattato di un’episodio spiacevole che, al di là dell’aspetto economico dei danni causati alle autovetture danneggiate, ha causato un grosso spavento alle persone presenti nel centro città ma soprattutto ha sporcato ulteriormente la figura di una città come Bergamo, una città abitata nella stragrande maggioranza dei casi da gente perbene che si ritrova – per l’ennesima volta – sbattuta in prima pagina ed etichettata come teppista per colpa di alcuni ignoranti.

In alcuni articoli da me letti ho visto che è stata usata la parola “tifosi”: beh, vorrei ben capire perchè questo termine viene ancora adoperato in casi come questi. Il termine giusto per definire le persone che compiono questi gesti è delinquenti, oltre che teppisti, e per i delinquenti esiste solo una via: quella della condanna.

I bergamaschi, soprattutto i veri tifosi dell’Atalanta, i tifosi “sani”, sono stanchi di salire alla ribalta della cronaca per le intemperanze di un gruppo di teppisti: queste persone vanno una volta per tutte arrestate, processate, e quindi condannate a scontare una giusta pena per pagare i reati che han commesso.

E’ ora di finirla con i Daspo, con le firme in questura, con le identificazioni e le scarcerazioni facili (come già avvenuto nel caso dell’unico teppista arrestato per i disordini di sabato sera): i delinquenti devono pagare con la galera.

Finchè questo non accadrà, e il discorso vale per tutta l’Italia e non solo per Bergamo, periodicamente ci ritroveremo a scrivere di deprecabili fatti come quello del post-partita di sabato sera.
Che poi lo sfottò possa continuare ad esistere non v’è dubbio alcuno, è bello che sia così perchè aggiunge quel pizzico di allegria e di divertimento che all’interno di uno sport bello come il calcio ci sta, e alla grandissima!

Ma non confondiamo più il tifo con il teppismo, altrimenti rischieremo di uccidere una volta per tutte la credibilità di uno sport come il calcio che, negli ultimi anni, di credibilità ne ha mantenuta pochissima, soprattutt dopo i casi di Calciopoli/Farsopoli.

 

(foto presa da http://www.corriere.it/Fotogallery/Tagliate/2007/11_Novembre/11/SCO/06.JPG)